Il Kilimanjaro. Presenza iconica di grande montagna nel cuore dell’Africa, indecifrabile aspettativa, alta quota, natura, neve ed equatore al tempo stesso. Citato da grandi scrittori, Douglas Adams ne tenta la salita negli anni ’90 travestito da rinoceronte. Giusto per fare un esempio di quanto questa montagna rappresenta nell’immaginario delle persone.
Il fascino di questa meta esotica ci porta dall’Italia all’aereoporto omonimo del Kilimanjaro, a poco più di un’ora di distanza dalla città di Arusha. Una città pulita, ma estremamente affollata. Il mercato centrale offre spunti interessanti per chi è portato a questo genere di attrazioni. Per il resto prevale una decisa vocazione turistica. La laicità dello stato è apprezzabile, troviamo negozi di vin santo, pulmini con l’effigie del Cristo e chiassose moschee.
E quanto si spende qui? I prezzi sono piuttosto elevati, soprattutto per acquisti di souvenir: togliamoci dalla testa l’idea che “in Africa costa meno”. Qui costa generalmente di più che nelle normali città europee. Tuttavia, avendo voglia, si possono intavolare estenuanti contrattazioni nel tentativo di risparmiare qualcosa. Attenzione pure nelle strade a non assecondare eventuali interlocutori loquaci, si tratta di persone che adescano turisti per condurli da venditori compiacenti: si finisce per pagare il pizzo all’adescatore (anche il venditore ne deve pagare una parte).
Una visita interessante che si può fare nei dintorni di Arusha è quella alle piantagioni di caffè (ma anche di altre piante di frutto e tuberi). Una guida ci racconta come viene raccolto il caffè, come originariamente viene trattato, sgusciato, tostato fino ad ottenere i caratteristici chicchi da macinare. Si tratta di una narrazione interessante, così come è interessante tutto l’ecosistema costruito attorno a queste piantagioni: le coltivazioni, gli alberi e le scuole. I dintorni di Arusha sono disseminati di scuole, i bambini sono tantissimi.
Il Kilimanjaro domina la pianura con la sua immensa mole. La salita per la Lemosho route avviene in sette giorni. Il primo viene dedicato al raggiungimento del “gate” di ingresso. Ci inerpichiamo in una salita di 550m di dislivello per raggiungere il primo campo, il Mti Mkubwa. Si tratta di un comodo sentiero dentro la foresta equatoriale. Colpisce immediatamente la violenza della natura, una incredibile competizione e lotta per sopravvivere. Le piante più alte sembrano avere la meglio solo in apparenza: sono strangolate da un sottobosco irruento e fitto, con l’unica intenzione di soffocare i contendenti nel raggiungere la luce del sole. Tra gli animali spiccano branchi di guereza, attivi soprattutto di notte e piuttosto chiacchieroni. Il loro habitat è sugli alberi e si spinge fino al limitare superiore della foresta.
Il secondo giorno si parte dalla foresta e si sbuca presto su un terreno non meno colonizzato: non più alberi, ma piante basse, sterpaglie, eriche e fiori. In particolare la Protea Kilimanjaro è tipica di questo luogo. Man mano che ci si avvicina ai 4000m di quota le piante cedono il posto al deserto e prevalgono i cespugli di everlasting. Questi fiori “interminabili” sembrano secchi e pungenti come i cardi, ma sono in realtà morbidi al tatto e vivi. Raccolgono la poca acqua che evapora dall’aria, nutrendo la pianta che li mantiene.
Arriviamo al Shira II camp a 3850m di quota, dopo 17Km di cammino. Uno sviluppo reso estenuante e faticoso soprattutto per i ritmi lentissimi imposti dalle guide. Non essendoci acclimatazione (si dorme ogni notte ad una quota più elevata), i portatori tendono a compensare gli inevitabili fastidi della quota con la lentezza nel cammino. Oggi è anche il giorno che ricompare la vetta del Kilimanjaro, alta e immensa da rendere impossibile comprenderne le reali proporzioni.
Il motto di questi luoghi è “pole pole”, ovvero “piano piano”: un andamento, ma anche una filosofia di vita che porta a vivere il momento senza pensare a ciò che non esiste (il passato ed il futuro).
Bisogna fare attenzione al clima: il sole è caldo e suggerisce di stare leggeri. Ma il vento è gelido già a 2000m, un contrasto difficile da interpretare. Per evitare fastidiosi mal di testa conviene avere sempre un berretto pesante in testa: para dal sole e anche dal vento. Altro problema è la polvere. C'è polvere davvero fine e fastidiosa sul sentiero. Entra nelle narici, le infiamma, le fa sanguinare. Di notte ci si sveglia senza respiro. Per questo ci sono poche alternative, tocca sopravvivere, al limite aggiungere ai medicinali qualche mucolitico o decongestionante.
Il terzo giorno saliamo verso il Lava Tower, un castello di roccia lavica a 4600m di quota. Il mio organismo mal si adegua al viaggio, le difese immunitarie calano e nonostante le precauzioni, complice forse la quota, mi ritrovo con febbre, nausea e fastidiosi disturbi intestinali. Il tutto si cura in modo efficace con qualche antibiotico. Oggi il ritmo esageratamente lento diventa improvvisamente un gradito alleato. Il Kili ora sembra davvero vicino e iniziamo un lungo viaggio che contorna la nostra meta. Appare la Lobelia deckenii, una succulenta tipica di questo luogo. I torrenti di acqua di fusione sono ora incrostati di ghiaccio. In alto, sulle pareti della montagna, lingue di neve e cascate di ghiaccio decorano il paesaggio. Alla sera arriviamo al Barranco camp (3900m), tramite una piacevole discesa.
Il quarto giorno è destinato alla salita del Karanga camp a 3995m. Tra vari saliscendi ci sono 450m di dislivello in poco meno di 6Km. Lo sviluppo è suggestivo. Si risale all’inizio la ripida parete del Barranco. Un comodo ed esposto sentiero porta rapidamente in alto. Si supera la kissing roc (un passaggio esposto che obbligherebbe a baciare la roccia) e si arriva infine ad un balcone di pietra lavica dove la gente ama farsi riprendere nel saltare tra le nuvole che in basso coprono i fianchi della montagna. Alcuni saliscendi conducono con una ultima ripida salita al campo.
Il giorno successivo continua il lungo traverso della montagna fino ad arrivare al Barafu camp (4673m). Dormire qui non è facilissimo a causa della quota, ma si riparte già a mezzanotte. Questo per arrivare in cima all’alba. In realtà la precoce partenza avviene anche per meglio gestire i tempi in caso di imprevisti. Di nuovo, la lentezza è ora gradita al mio scarso adattamento alla quota. Il respiro sopra i 5000m è affannato anche da fermo. Anzi, soprattutto da fermo, quando il respiro più lento provoca uno strano senso di soffocamento, che si riduce aumentando la frequenza respiratoria.
Arriviamo in cima che è proprio l’alba. Un’alba che qui arriva improvvisa a scacciare la notte: nei dintorni dell’equatore funziona così. La soddisfazione e il compiacimento della cima sono messi a dura prova dal malessere per la quota, che vorrebbero farti scappare via il più presto possibile. Un migliaio di persone affolla la cima ogni giorno, c’è da fare la coda per una foto di vetta e poi via di corsa. In cima ci sono chiazze di neve, poco lontano resti di un antico ghiacciaio in via d’estinzione. L’alba si prodiga in colori affascinanti e tutt’attorno in basso le nubi circondano la montagna. C’è pochissimo vento ed in breve il sole scalda in modo repentino l’aria gelida della notte appena terminata.
Con veloci passi torniamo al campo. L’aumento dell’ossigeno consente un fulmineo ritorno delle energie. La giornata è come sempre meravigliosa. Dopo una breve pausa al Barafu, scendiamo fino al Mweka camp a 3100m. Il percorso è sempre vario, attraversiamo un deserto marziano, di lava e detriti fino al Millenium camp, dove intorno ai 4000m arrivano le prime nubi degli strati che cingono in basso la montagna. Rientriamo nella foresta. Pioviggina, l’ultimo campo è all’umido.
L’ultimo giorno è senza storia. La foresta ci accompagna in poche ore al Mweka gate a 1640m. È finita.
Due note sulla logistica della salita. Non si può salire per conto proprio su questa montagna, invasa da migliaia di persone ogni giorno. Occorre affidarsi ad una agenzia locale. Portatori, cuochi, guide rendono davvero agevole i giorni di questa ascensione. Rispetto ad esperienze analoghe occorre però considerare che è tassativo seguire ogni passo della guida che vi precede. Il ritmo è molto lento, le pause sono frequenti ed il personale al seguito si prodiga nel tentare di soddisfare ogni esigenza.
Ci affidiamo a Bobby Tours. Le tende sono delle quattro stagioni spaziose e confortevoli, non sempre del tutto funzionanti in cerniere e alcuni dettagli. Il materassino non viene fornito, va portato assieme ad un sacco a pelo pesante. Fa freddo anche alle quote più basse. Il team della nostra guida, Amani, è davvero eccellente. Viene portata una bacinella d'acqua tiepida alla sera ed al mattino per una rapida lavata. Colazione, pranzo, cena sono sempre abbondanti. Cibi vari e di qualità come mai visti in "spedizioni" di questo genere. Oltre alle tende personali è prevista una tenda per i pranzi e le cene. C'è anche una tenda per il wc ed il wc-man che la tiene in ordine. Lo smaltimento dei rifiuti è gestito con cura dall'organizzazione. Il tutto avviene con una attenzione e precisione davvero eccellenti. I portatori trasportano tutti i bagagli a mano (borsoni "duffelbug" fino intorno ai 15Kg)! Noi portiamo zaini da giornata con poca roba essenziale (tra cui acqua, giacche, guanti e macchina fotografica).
Non si può venire qui in Tanzania senza passare alcuni giorni a vedere i grandi parchi. Tarangire, Serengeti, Ngorongoro.
In questo caso l’organizzazione di Bobby è un po’ più lacunosa. L’Empakaay crater in programma è stato escluso senza preavviso (troppo lontano secondo il nostro malcapitato autista, Jimmy) e abbiamo passato circa tre giorni nel Serengeti. Il primo giorno è stato destinato al Tarangire, con pernottamento al Karatu Simba Lodge, un lussuoso villaggio tendato. Nel Tarangire abbiamo visto i primi leoni, elefanti, zebre, giraffe, manguste, antilopi. Le manguste sono anche a “bande”, cosiddette per le striature che ne ricoprono i fianchi.
Il secondo giorno visitiamo a piedi la cima del Ngorongoro, tra giraffe e zebre. A piedi si può andare solo con un guardaparco armato, che ci spiega le abitudini di questi grandi animali. Qui vivono anche popolazioni di pastori masai, alcuni cercano di adescare i turisti chiedendo una foto per poi farsela pagare (i ranger avvertono di non fare assolutamente foto per evitare equivoci).
Entriamo quindi nel Serengeti. Una pianura sterminata di savana, qua e là interrotta solo da enormi pietroni su collinette, cime di montagne di cinquecento milioni di anni fa. Piove ogni pomeriggio o sera, il fango riempie le piste e gli ippopotami fanno festa. Nelle pianure ci sono una quantità esorbitante di gazzelle, molte delle quali di Tompson. Dormiamo due notti all’Ang’ata Serengeti camp. Questi campi tendati sono davvero carini e lasciano, assieme alla cordiale ospitalità della gente, un ricordo davvero unico, unito alla particolarità dell’ambiente. In tre giorni di parco vediamo e rivediamo grandi e piccoli animali. Fare un elenco è davvero arduo, ma Chiara ci è riuscita:
Avvoltoio king of carcass
Thomson gazelle
Grant gazelle
Spotted iena
Red Heart beast
Topi braat
Ippopotamo
Bufalo
Airone blu
Gruccioni
Topini
Zebre
Giraffe
Elefanti
Leonesse
Dough
Francolino
Dik Dik
Ethiopian goes
Facoceri
Kori Bustard
Gnu
Bubal hartemist
Yellow billiestock
Sparrow weaver
Impala
Breasted lay lucky roller
Golden jako
Red bill oxpecker
Wallberg Eagle
Secretary bird
Snake Eagle
Defassa Waterbuck
Anche durante le pause pranzo in aree sicure in cui riusciamo a scendere dal fuoristrada vediamo animali, molti uccelli variopinti che reclamano cibo e, ahinoi, alcuni esemplari di primati aggressivi cui fare attenzione. Si avvistano di frequente giovani leoni e leonesse, mentre il ghepardo appare di sfuggita solo da lontano. L’uccello segretario, simbolo del parco, appare di tanto in tanto con il suo capo coronato. Con un po’ di fortuna una mattina avvistiamo un gruppo di giovani leoni che camminano mansueti a bordo strada. Loro sono i padroni della savana, non hanno predatori, non hanno paura di nessuno. Al limite litigano con le iene, così si dice, ma non abbiamo modo di approfondire.
Passiamo accanto alla carcassa di un elefante predato dai leoni. La testa invece è stata già “predata” dai ranger per evitare che le zanne cadano nelle mani dei contrabbandieri. Gli ultimi a servirsi sono gli avvoltoi.
Trascorriamo l’ultima notte al Serengeti Tortilis camp. Migliore rispetto a quello delle notti precedenti. Il personale è sempre gentilissimo. Succo di benvenuto, un balletto, fuoco sul fare della sera, prima di cena… sono le suggestioni dell’Africa. Di notte risuona di tanto in tanto l’urlo della iena. Se hai il coraggio di sbirciare fuori ti trovi una giraffa a pochi metri.
L’ultimo giorno raggiungiamo l’interno del Ngorongoro, un antico cratere che raccoglie un grande lago e tanti animali, tra cui moltissime zebre e gnu. Si vede finalmente da vicino l’animale simbolo delle licenze commerciali open source! Si narra anche che esista il rinoceronte, ma non si è visto.
La visita a questo straordinario lembo di pianeta è finita. È ora di tornare a casa. C’è ancora tempo per un breve scalo a Doha, città di recente costruzione, dal caldo umido opprimente e dall’aspetto un po’ “finto”. Si torna a casa ricchi di una nuova incredibile esperienza in un mondo che riempie ogni immaginario, un mondo un po’ favoloso e sognante. Da vedere almeno una volta nel corso della nostra minima esistenza.
Con Ceres family e Bruna. Sul Kili io, Chiara e la Scura. Una ottima, impeccabile compagnia di viaggio! Grazie! E grazie a Chiara che ha portato avanti tutto e per l’idea, anni fa, di vedere la cima più alta e gli animali più grandi dell’Africa.
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