Via Simonetti
Tra le montagne del biellese, in alta Valle Cervo, ci siamo imbattuti in questa arrampicata, la via Simonetti. Si parte dal Borgo di Rosazza, dove lasciamo l’auto alle porte di una stretta valle dove in questo periodo dell’anno il sole non arriva mai. Una bacheca dice che la nostra via contiene al massimo tiri di IV grado, ma le poche valutazioni che si trovano su Internet parlano di 5a max.
Non fa freddo, ormai da diversi anni in inverno non fa freddo e si arrampica tutto l’anno con piacere. Però nella stretta e ombrosa valle le inversioni termiche si sentono e a tratti lo scricchiolio della brina accompagna i nostri passi sul sentiero.
Dopo una mezz’oretta finalmente si vede svettare al sole il campanile, ben esposto ad accogliere i raggi dell’astro in questa giornata senza una nuvola. In breve abbandoniamo il fondovalle e il tepore aumenta, in particolare all’arrivo del sole. L’avvicinamento oltre il sentiero per arrivare alla base del monolite è difficoltosa, tra roccette e erba ciularina. Ma sono state posizionate utilissime corde fisse che, ahimè, si interrompono proprio dove la salita diventa più pericolosa (soprattutto per la discesa). Inizia infatti un traverso e poi un canale verticale tra erba e roccette assai insidiose.
Ci accorgiamo di una cordata che altrove sta salendo. Più tardi capiamo che stanno aprendo una via e piovono ogni tanto sassi, sicuramente non si sono accorti della nostra presenza, né noi l’abbiamo debitamente segnalata. Intanto la via appare subito assai più difficile del grado dichiarato, ma l’apoteosi è la partenza del quarto tiro. Non è passato nemmeno Watson che fa il 6a assai disinvolto. Dopo essere caduto un po’ di volte sale in artificiale. Non saprei dare un grado a questi movimenti molto fisici, posso solo dire che è almeno qualcosa oltre il 6a. La roccia è discreta, qua e là disturbata da alghe e licheni, con l’invasione di eriche e la solita erba tipica di queste zone. Alcune tacchette a tratti di sfaldano.
La cima offre poco spazio, ma è un bel posto per contemplare il silenzio della valle, nel contrasto tra le lunghe ombre che cullano un luogo che sembra addormentato ed il sole radioso in alto. Si scende rapidamente con due doppie da 60. E poi a piedi lentamente, soprattutto nel primo canale: per evitare cadute davvero probabili. Volendo andare davvero sicuri qui occorrerebbe continuare in doppia almeno fino al traverso.
In discesa troviamo la cordata vista all’inizio. Evito loro ogni considerazione sui gradi, magari sono quelli che hanno aperto anche la via da noi percorsa. I gradi, si sa, sono una cosa soggettiva e gli alpinisti sono permalosi, mi direbbero sicuramente «se non sai arrampicare sul quarto vai in spiaggia al mare». Ringrazio chi ha aperto queste vie, osservo solo che quassù chi si muove sul IV e non sul VII potrebbe avere dei problemi.
Invece il signore appare molto affabile e piacevole. Ha forti mani rugose, si vede che è uno che ha visto tante montagne. Si dispiace per l’inconveniente delle pietre e ci raccomanda di segnalare meglio la nostra presenza. Ha ragione, si tratta di una precauzione da non dimenticare. Ci invita a provare la sua nuova via. Con la compagna di cordata sta finendo di sistemare un po’ il complicato avvicinamento alla parete, ma la sera cala all’improvviso, avvolge tutto e affretta i passi del rientro. Al solstizio ormai manca poco, è il fascino di questi giorni a cui tengo sempre tanto.
A casa scopriamo che abbiamo incrociato Gianni Lanza con la sua cliente. Avrei voluto dirgli grazie per le numerose vie che ha aperto e sistemato con tanta passione, con valutazioni severe, ma corrette. Troviamo anche un bel racconto delle loro visite qui. Un racconto che condivide a tutti un autentico affetto per queste montagne e che mi lascia un ricordo piacevole della giornata passata qui.
Devo ringraziare i sempiterni Watson e Luciano, ormai soci da anni per ravanoni di ogni tipo in montagna.
Riferimenti
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