Vettenuvole

Reali fantasie di nuvole, montagne e altre amenità

I miti del 63

È mancato il 6 agosto Francesco Guccini, il maestrone di Pavana è uno dei tanti appellativi con cui lo si chiamava affettuosamente. Difficile raccogliere le emozioni e considerazioni su quello che è stato uno degli autori più rappresentativi di un certo tipo di canzoni.

Francesco Guccini è stato un grande compositore di quella irripetibile stagione della musica d’autore italiana. Una canzone che raccontava qualcosa. Che anche sul personale comunque ricadeva in precisi ambiti sociali, politici, culturali. “Impegnata, con un preciso messaggio” non sarebbe un termine che piacerebbe all’autore, ma sicuramente ricca di temi su cui riflettere, crescere, tentare di farsi delle idee.

In una canzone come Eskimo, in cui l’autore ci narra una storia del tutto personale, i richiami ai contesti di quel tempo sono così forti da renderli quasi dominanti, quasi un richiamo contro il qualunquismo.

Qualcuno scrive che “Guccini parla di noi”. Nella seconda metà degli anni ’90, agli albori della diffusione di massa di Internet in Italia, comincio a seguire il newsgroup it.fan.guccini, poi it.fan.musica.guccini.

I newsgroup (magari qualcuno non lo sa, oggi) erano gruppi di discussione pubblici, messaggi di testo organizzati in thread. A quei tempi scrivere correttamente era un requisito e gli smiles erano fatti con i caratteri di testo e basta. Quelli erano i social, non c’era altro. Internet incentivava a saper scrivere bene per comunicare in senso compiuto, sia pur tra acronimi e abbreviazioni. Il ng (newsgroup) di Guccini era tra i più seguiti. Col pretesto, o meglio il seme di canzoni come Dio è morto, Auschwitz, Libera nos domine, Canzone per Silvia (e tante altre) era una continua discussione su temi di attualità.  La petizione contro gli USA per il disastro del Cermis, rivendicazioni pacifiste e ancora vaghe idee di socialismo erano temi quotidiani.

Non mancavano derive, ma c’era innanzitutto un’atmosfera che cercava le basi nel mettersi in continua discussione senza censure. Guccini d’altra parte era l’autore del dubbio, inteso come continua ricerca tra falsità e dogmi, senza certezze e pregiudizi.

Ma non mancavano iniziative più disparate: canzonieri in PDF, FAQ, fotografie, raduni.

La storia ci racconta come finì la corsa, d’altra parte nel sentore comune il socialismo in Italia finì anni prima e gli eredi del PCI si affrettarono a cambiare radicalmente aria nelle stanza d’Italia. Ci riuscirono benissimo.

Non che negli anni ’70 e inizio ’80 tra terrorismo e ideologie cieche fosse tutto rose e fiori (son caduti i fiori, hanno lasciato solo simboli di morte lo denunciava già Guccini). Ma oggi, cosa è rimasto, di discussioni, caroselli ed eroi dimmelo un po’ tu. Oggi che più che mai idee come pacifismo, salvaguardia dello stato sociale e contrasto ai cambiamenti climatici dovrebbero essere i temi portanti su cui investire, gli elettori italiani votano al 90% partiti che richiedono di investire in guerre e armamenti.

Forse sono troppo remoti ormai i ricordi della terribile guerra, che lo stesso Guccini soprattutto in alcuni suoi ultimi brani ama cantare. O forse, chissà, solamente siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno.

I newsgroup pubblici finiscono presto soppiantati prima da forum proprietari, qualcuno trova rifugio nei blog. Altri si adattano ai nuovi social che, a differenza del primo esperimento, giovano di messaggi che privilegiano l’immediatezza all’approfondimento. La comunicazione è cambiata, dispersa in un oceano di fonti e rumore di fondo in cui a volte è impossibile ritrovarsi.

È stato un bel momento quello raccontato da Guccini. O dalle diverse anime di Guccini, perchè non c’è solo La Locomotiva e Dio è morto. Ci sono canzoni introspettive ed esistenziali come SciroccoSignora Bovary che sono di altissimo livello letterario ed emotivo. Cose di una potenza incredibile, che le ascolti magari a 14 anni e ti restano dentro tutta la vita.

Anche una canzone come In morte di SF contiene frasi che diventano presto patrimonio collettivo (voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi).

E poi c’è l’anima delle Radici. La montagna, i saperi antichi, l’eredità di chi ci precede. Lo smarrimento nel cercare un filo (sia pur un fil di ferro e spago) nel tempo che passa e nelle vite che vediamo passare. Uno smarrimento simile che si prova a guardare un bel cielo di stelle. Cantare il tempo andato sarà il mio tema, perchè negli anni uguale resta il problema.

E ancora il tema del viaggio, prepotente nell’album omonimo (Gulliver, Argentina, Autogrill), per finire nell’Odysseus che viaggia suo malgrado, ma ben se ne resterebbe nell’isola petrosa.

Gli ultimi libri-racconti di Francesco Guccini sono intrisi di una profonda nostalgia e tristezza. Chissà se a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena soltanto un’impressione che ricorderemo appena. Vien da credere che sia tutto come i miti del ’63: il papa buono, il presidente buono, stelle cadenti che illuminano il cielo buio per un attimo senza lasciare traccia; perchè l’umanità così è. O se invece a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore, perchè da qualche parte un giorno, quando non si sa, quando non ve l’aspettate il Che ritornerà.


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