Vettenuvole

Reali fantasie di nuvole, montagne e altre amenità

In Ladakh

Viaggio in Ladakh

Un paio di settimane in Ladakh, India settentrionale, sono sufficienti per una visita completa di queste terre, con un programma che prevede:

  • visita dei monasteri di Leh e dintorni
  • trekking della Markha Valley, di sette giorni
  • visita di Tsomoriri e dintorni, passando per la valle dell’Indo e dallo Tsokar Lake
  • un giorno a Delhi

Leh e dintorni

Arriviamo a Leh con un aereo mattutino. Spiove. Visitiamo il Shanti Stupa ed il Palazzo di Leh. Occorre prestare attenzione, nel girare intorno ai monumenti, di seguire il senso orario per non arrecare offesa al credo locale. Talora alcuni cartelli evidenziano questa richiesta in modo abbastanza evidente, ed una volta che si ricorda questa osservanza non ci sono più problemi.

Colpisce la presenza un po’ ovunque di numerosi stupa, di tutte le epoche. Possono essere paragonati ai nostri piloni votivi, ma il significato di questi manufatti è in parte cambiato nel corso del tempo: alcuni, i più antichi in particolare, forniscono anche dimora ai resti dei defunti.

C’è anche tempo per visitare il locale mercato di Leh, che brulica di persone indaffarate. Gli oggetti più venduti sono le pashmine, la lana di Kashmir in generale, souvenir che ricordano oggetti sacri buddhisti e tanta bigiotteria.

Il giorno dopo si va in auto a Lamayuru. Appaiono i caratteristici fiumi che percorrono valli incassate ed aride. Spettacolare il fango secco dei monti della luna. Le strade, precarie, sovente senza muri, sono ovunque pericolose, soprattutto in caso di pioggia, per probabilissimi crolli. Eppure l’asfalto arriva ovunque, segno inequivocabile di un paese in crescita che crede nello sviluppo avido di infrastrutture.

Visitiamo i monasteri. Uno in particolare, molto antico, occorre farselo aprire, ma merita la visita. Spettacolare l’Alchi Monastery.

La mattina successiva si torna a Leh passando per numerosi monasteri: il Basgo, tutela della Nazioni Unite, e ancora l’isolato Likir, dove monaci con occhiali da sole accarezzano i gatti. Da notare il profondo rispetto per tutti gli animali. I buddhisti non mangiano gli animali, se non in circostanze eccezionali. Agli animali domestici viene concesso di entrare nei monasteri e sedere sugli altari. Quasi sempre si trovano le statue dei buddha, figure molto colorate tappezzano le pareti e le soffitta.

A Leh i buddhisti convivono pacificamente con una forte e chiassosa minoranza musulmana. Sembra essere una caratteristica dell’India l’apparentemente tranquilla convivenza di diverse fedi.

Il trekking

Di buon mattino in auto superiamo la confluenza di Indo e Zanskar. Attraversiamo quest’ultimo sul ponte di Chilling, dove iniziamo a camminare all’inizio della Markha Valley.

Da notare che la strada che ci ha condotto fin qui è spettacolare: segue una valle incassata e arida, disegnata dall’immane forza del fiume su una roccia molto sgretolata e instabile. La prominenza delle montagne è impressionante.

1° giorno

L’inizio del trekking invece avviene su spazi molto più aperti, ed in poche ore siamo a Sku inferiore, dove ci aspetta il primo campo. Si trova sul fondovalle, entro un acquitrino. Questa è un po’ la caratteristica di tutti i campi del trekking.

Pochi giorni prima un’alluvione di fango ha danneggiato le povere case del paese, mentre il monastero, più in alto, non ne ha risentito.

A queste quote, intorno ai 3400m, gli animali che si incontrano più frequentemente sono la pernice ed il piccione. Lo stesso piccione che troviamo a Torino è qui una presenza costante fin oltre i 4500m.

La flora è limitata al fondovalle, incentivata da un progetto di riqualificazione governativo. Ci sono alcune coltivazioni di grano. L’albero più diffuso è il salice. Altrove  cespugli di lavanda ed una strana pianta grassa che si apre in un frutto rosso scarlatto.

2° giorno

Si va verso Markha, 3700m. Ci sarebbero 300m di dislivello da Sku a Markha, ma la distanza è di circa 20Km e ci sono numerosi saliscendi.

Un tempo il sentiero storico correva a metà valle. Poi è stato abbandonato per numerose frane. Questo fattore toglie sicuramente fascino al percorso. Oggi si percorre il letto del fiume, qua e là dove il corso dell’acqua lo consente. Non mancano alcuni ponti precari e saliscendi improvvisati sui fianchi della valle.

Superato lo stupore iniziale, il terreno desertico non offre nuove visuali ed il percorso diventa piuttosto monotono e terribilmente noioso. Gli unici contrasti sono offerti da alcune confluenze vallive, dal conglomerato che costruisce rari funghi di pietra e dai giochi di erosione dell’acqua.

Per fortuna il cielo perennemente nuvoloso mantiene le temperature accettabili, a patto di indossare vestiti molto leggeri, estivi.

Prima di arrivare a Markha ci tocca affrontare un ampio guado, l’unico, ma piuttosto scabroso a causa della forte corrente. L’acqua arriva alla coscia e tende a portarti via, occorre prestare attenzione. I miei amici abituati a camminare a quattro zampe, con le racchette, sono in questo caso agevolati.

Campeggio in un acquitrino in riva al fiume, presso le poche case di Markha. La sera salgo al locale monastero. Oltre si apre la vista di splendidi campi di grano ed il luogo rivela improvvisamente la sua magia. Ambiente molto riposante, in un suggestivo tramonto di luci forti.

3° giorno

Continuiamo a seguire la valle per 5h circa. A Thangmar-pa superiamo i 4000m e l’ambiente si fa più alpino, l’aridità viene ora contesa da magri pascoli. Molte comitive sembrano fermarsi in questi pressi, noi continuiamo verso Taghungste, a circa 4200m. Campeggio in un acquitrino.

Qui l’ambiente cambia finalmente un poco. Si entra nell’alta quota del Ladakh. Ecco apparire gigantesche marmotte e dei simpatici e vivaci roditori: i pica del Ladakh.

Il cielo resta prevalentemente nuvoloso, a tratti piove, ma in modo poco rilevante.

4° giorno

In alta quota sono previste tappe più brevi. In Ladakh i valichi sembrano banditi, ed essendo costretti a risalire sempre la valle l’acclimatazione non è ottimale. Oggi saliamo fino al villaggio pastorizio di Nimaling (4720m circa, 3h).

La salita è interessante, si supera un crinale con buona vista su un ampio campo di funghi di pietra. Poi si arriva allo spettacolare lago col buddha. In alto il Kang Yatse è coperto di nubi.

Nimaling sorge su un ampio ripiano acquitrinoso, dove pascolano asini e yak. La poca gente del posto vive in anguste case di fango.

La pioggia a queste quote si fa più frequente, ma è ancora tollerabile e limitata ad alcune ore al giorno. Con le nuvole perenni finalmente si apprezza un buon pile, ma se esce il sole continua a fare sorprendentemente caldo.

5° giorno

Giorno di breve spostamento verso il “campo base” a circa 4990m. Saliamo per passeggiare fino a 5100m. Nanna alle 16h, prevalentemente insonne, e partenza alle 00h.

6° giorno

Saliamo il Kang Yatse II, 6200m circa. È l’anticima del Kang Yatse (6400m c.ca). Prevede una salita su detriti fino a circa 5500m. Poi con picca e ramponi si sale un ghiacciaio moderatamente inclinato (non oltre i 30-35°). Nei dintorni dell’alba si è in cima.

Gran fatica ad arrivare su. Fiatone terribile anche a stare fermi, figuriamoci camminare. E nonostante l’aiuto di un paio di Diamox nei giorni precedenti. Forse dovevo prenderne molti di più, come hanno fatto i miei compagni. O forse, semplicemente, occorre avere un altro fisico. Comunque siamo arrivati tutti su, incluso il sottoscritto.

Dopo un leggero nevischio notturno l’alba è soleggiata e consente una piacevole visione sulle aride montagne della Markha valley.

In discesa non ci fermiamo al campo base, ma torniamo a Nimaling. Questo tratto, semplice, diventa per me estremamente faticoso. Si aggiunge anche un battente mal di testa. Sono sfinito.

7° giorno

Un’aspirina ed una notte ben dormita consente di superare questo ultimo giorno. Si sale fino al passo Kongmaru-La (5100m). Piove senza sosta dalla notte, sopra i 5000m nevica. Ehi, finalmente un valico, però!

Scendiamo entro una valle all’inizio ampia e poi nuovamente molto incassata, dai colori sgargianti e con un percorso sinuoso.

Nella parte bassa appaiono splendidi esempi di conglomerato, e tanti funghi di pietra. Una sosta all’abitato di Chukirmo (4070m) e poi arriviamo a Shang Sumdo, dove ci aspettano le auto.

Considerazioni finali

Ladakh, paese di valichi, si dice. Ma qui non ne vedrete quasi nessuno. Si sale ostinatamente una lunghissima valle, percorrendone esclusivamente il suo fondo.

Trekking consigliato pertanto agli amanti del genere: di fondovalle acquitrinosi e circondati da terreni prevalentemente aridi.

Per il mal di montagna considerare che la continua salita non aiuterebbe l’acclimatazione. Però si sale poco e le tappe in alto sono corte.

Il clima è umido, prevalentemente nuvoloso, ma mai davvero perturbato. Fa molto caldo. Il sole prevale solo a bassa quota. Prevedere abiti leggeri, sacco a pelo leggero ed un abbigliamento da nostri 4000 alpini per il giorno della salita al Kang Yatse II.

Interessante infine il contesto socioculturale in cui si viaggia. Ovunque si incontrano piccoli villaggi con monasteri e campi coltivati a grano. Più in alto pascoli di yak.

Logistica

I villaggi sono molto poveri, ma sviluppano ostinatamente una notevole offerta turistica. Volendo, l’intero trek è affrontabile pernottando nei numerosi homestay, anche se non ne posso testimoniare le condizioni effettive.

Noi ci siamo rivolti all’agenzia locale Sonam Adventures. Il personale è davvero estremamente gentile e professionale, il trekking organizzato molto bene. Conservo un carissimo ricordo dell’accompagnatore, del cuoco nepalese e dell’intero staff.

Le tende hanno sempre qualche difetto: la nostra non si chiudeva bene su un lato.

La salita alpinistica al 6000 è un’improvvisazione. Ci si lega in 6 persone alla stessa corda! Vi consiglio di tollerare la situazione, in fondo la salita è facile. La guida non è una guida alpina UIAA ovviamente, è una persona che conosce l’itinerario e non occorre aspettarsi molto di più.

Gli alberghi, scelti dall’Agenzia per i giorni di visita al di fuori del trekking, sono vari. Il Ladakh Dream Hotel è eccellente. L’hotel scelto al rientro dal trek appare ottimo, ma rivela una scarsa igiene. A Lamayuru si dorme con un solo bagno comune a tutto il piano dell’albergo e non c’è acqua calda. I fili della corrente scoperti sono un’abitudine ricorrente. A Tsomoriri si dorme in tendoni di lusso con annessi servizi igienici (no doccia calda), consigliato sacco a pelo perchè le coperte scarseggiano.

Tsomoriri

Terminato il trekking si parte per un lungo viaggio in auto, percorrendo anche una parte della valle dell’Indo: la meta della giornata è Korzok, in riva al lago Tsomoriri.

Non solo i sentieri, ma anche le strade non possono che percorrere i letti dei fiumi, tanto sono dirupate le montagne. Tenere aperta una strada così è una continua perdente lotta col fiume. Le pareti attorno all’Indo sono per lo più formate dal consueto conglomerato, talora invece prevale il granito con spettacolari placconate.

Una sosta ad un villaggio per visitare sorgenti di acqua bollente ed in serata siamo al lago. La sera riflette sull’enorme bacino colori estremamente suggestivi. Sulle sue rive giace l’abitato di Korzok. Povere case, un monastero e tanti negozietti. Presso il fiume alcune “tende di lusso” dove passiamo la notte.

La giornata successiva visitiamo l’adiacente valle. Uno sterminato altipiano acquitrinoso, ai cui margini si estendono desertiche montagne lambite da alti ghiacciai. La valle è abitata da pastori nomadi: allevamenti di yak e pecore. Le dimore sono costituite da povere tende e rudimentali case di pietra. Un’anziana signora ci offre di entrare.

Tornati a Korzok visitiamo il monastero affollatissimo di monaci e fedeli. È in corso una sorta di cerimonia funebre per l’improvviso decesso del monaco del luogo. Le preghiere servono anche per individuare il bimbo oggetto della reincarnazione. Nel monastero e per le strade la gente intona i caratteristici mantra.

Restano infine da visitare le rive del lago. Per quel poco che è concesso. Siamo presso il confine cinese e l’intera zona è militarizzata. Merita una passeggiata sull’istmo che si estende oltre Korzok. Coltivato a grano, è anche un rifugio per numerosi uccelli, tra cui tantissime upupe.

Il ritorno a Leh prevede il Polonkonka Pass, attraverso una valle sulfurea, tra sorgenti di acqua bollente. E poi il Lago Tsokar, un enorme lago salato la cui visita è consentita solo da lontano. Segue il Tanglang La, che con i suoi 5300m è il secondo passo carrozzabile più alto del globo.

Delhi

Dedichiamo l’ultimo giorno per una rapida visita a Delhi. Una città dai due volti. Una è la New Delhi, la città dei monumenti e dei musei, la tomba di Gandhi ed i palazzi governativi.

Poi c’è la vecchia Delhi, la città del popolo. Visitiamo un quartiere musulmano tra caotici vicoli che pullulano di fili della luce e negozietti di ogni genere. Poi un quartiere induista, molto più “commerciale”, ma sempre assai suggestivo.

Poi viene sera, ed è ora di prendere l’aereo. Me ne torno con il sapore incredulo delle tante esperienze vissute in terre per lo più aride, ma ricche di ecosistemi e culture che lasciano un ricordo indelebile.

I doverosi ringraziamenti a Luciano e Roberta, che hanno organizzato tutto, e a Matteo, grandiosi compagni di questo viaggione.

Un viaggio faticoso, faticato tra alcuni imprevisti, eppure suggestivo nel suo complesso. Nel caos automobilistico delle strade di Leh, dove pure nessun animale viene investito e tutte le persone sembrano rispettarsi con filosofia…buddhista, rifletto sull’ormai irrimediabile perdita di senno della vita quotidiana occidentale.

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