Vettenuvole

Reali fantasie di nuvole, montagne e altre amenità

Il Nuovo Mattino

Con dovute scuse a G.P. Motti per averlo usato in queste mie riflessioni di notte fonda.

Desidero fermare due parole su una persona straordinaria, vissuta un po’ di tempo fa.
Assai arduo per me sarebbe pretendere un’analisi contestualizzata agli anni in cui questa persona si è formata. Gli anni ’70 sono troppo lontani. Anni di cambiamenti, di fantasia, di partecipazione. Certo, anche di estremismi e violenza, purtroppo presi a prestesto per imporre la restaurazione. Nell’ambito alpinistico l’artefice di un vero colpo al sistema viene da Gian Piero Motti. Nei suoi celebri scritti Riflessioni, i Falliti, il Nuovo Mattino e altri, viene delineato un nuovo modo di intendere e vivere la montagna.

Si dice che oggi Motti non sia più un esempio, o forse non lo sia mai stato. Io trovo che alcuni suoi pensieri siano degli autentici capisaldi di vita e avventura in montagna. Gian Piero abbandona l’alpinismo eroico basato sul rischio e sul dolore per aprirsi a nuove soluzioni. Le pareti diventano luogo di piacere e ricerca in tutti gli aspetti, tecnici, personali, psicologici. Gian Piero supera le barriere di una montagna vissuta a senso unico, esibizione di forza fisica per la conquista della vetta, luogo elitario di uomini duri. Nel Nuovo Mattino invece la montagna della sofferenza svela un nuovo volto. Sarei felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza – afferma Motti in Scandere del 1974.
Una affermazione che giudico bellissima, un esempio di equilibrio e piacere per la montagna nella sua interezza, dal piacere per il passaggio in parete a quello dei fiori della valle e delle nuvole che sfiorano le montagne. C’è tutto, in quella semplice, straordinaria frase.

Ma il percorso di Motti va oltre. Ha capito che gli Alpinisti non sono migliori delle altre persone, ha capito che solo cercando il proprio equilibrio e la serenità si trae vantaggio dall’andare in montagna. Se ne assorbe quello spirito di ascesi che porta al vero piacere. Questa ricerca per il piacere della montagna passa quindi sì per la negazione dell’alpinismo di maniera, ma non può prescindere dalla Storia, non può limitarsi alle nuove falesie. Deve invece ritornare all’alta montagna carico di quel benessere maturato sui sassi e sui prati fioriti di fondovalle, sulle rive dei laghi glaciali ascoltando il fischio delle marmotte e degli stambecchi.

Questo percorso pare non trovare mai la completa realizzazione. Gli anni ’70 finiscono e non ne rimane che un guscio; Gli anni ’80 nell’indifferenza crescente salvano nell’innovazione solo ciò che può essere consumato. La libertà della falesia diviene ostaggio di movimenti puramente meccanici e ripetuti che sfociano in gare e muri artificiali.
Il Nuovo Mattino tramonta in un mare tempestoso di possibilità e contraddizioni.
Eppure le parole di Motti sono ancora lì, cariche di forza e passione.

Nell’annuario 2007 del CAI di Venaria, E. Cardonatti riprende le riflessioni di Motti e le esporta alle nuove generazioni. Sostiene che la propria generazione è fallita relativamente alla famiglia, a differenza di quella di Motti, in cui il fallimento non era nei confronti della famiglia, ma dell’incomunicabilità in generale nella società. Eppure già Ugo Manera racconta dei suoi sacrifici per vivere sia la famiglia che le montagne. Penso che Motti non abbia mai pensato a questo, è un piano diverso. Quello della famiglia è un ostaggio autoindotto. Il discorso di Motti, relativo ad un mondo alpinistico di punta isolato e incapace di comunicare, forse non è più così attuale, ma penso vada letto nella conseguenza di apertura alla nuova montagna intesa come piacere e ricerca di nuove possibilità. Il Nuovo Mattino appunto.

Apprezzo le parole di Gian Piero Motti, ogni tanto penso alla sua delicata fantasia che ancora oggi accompagna i nomi di tante montagne. La sua umanità nel ricercare continue risposte.
Il Nuovo Mattino, quello vero, non è cosa di soli alpinisti di punta. E`, invece, in tutti noi; nel commosso contemplare un fiore, quando ci divertiamo a salire una parete senza pensare al grado, quando stringiamo la mano di un compagno mai visto prima in cima ad una montagna, quando ci immaginiamo la prossima salita e una volta portata a termine sappiamo di aver passato bene un po’ del nostro tempo. Il Nuovo Mattino è quella montagna che ci chiede anche fatica e sudore, ma li trasforma in stati di gioia e serenità.

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